Di padre in figlio

Përmet
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“Di padre in figlio. Questa musica, in Albania, e in particolare qui a Përmet, è un’eredità.” Ylli Muço ha un volto solare, un sorriso aperto. La fisarmonica sembra iniziare dove finiscono le sue mani, senza soluzione di continuità. Un po’ come la la storia della saze, la musica tradizionale albanese della quale Ylli è un monumento locale. Una tradizione che arriva da lontano.

“Le origini della saze affondano nel passato, tra il 1820 e il 1830, proprio qui a Përmet e nel circondario. Di base, dall’epoca, e almeno fino alla Seconda Guerra mondiale, non c’erano scuole o formazioni professionali, non c’erano neanche spartiti: la trasmissione di queste ballate avveniva in casa di padre in figlio, così come la capacità di suonare uno strumento. Quelli più diffusi erano la lauhta, una specie di chitarra, il clarinetto e il violino. Erano tutti autodidatti, spesso poverissimi, che si guadagnavano da vivere suonando alle feste pubbliche e familiari, a volte pagati con del cibo!”, racconta divertito Ylli.

Con quelle semplificazioni che spesso cedono all’orientalismo, la saze stata definita il blues dei Balcani. E’ una tradizione popolare, che con i canta storie racconta amori e tradimenti, migrazioni e omicidi, giovani che si struggono per la loro amata di un altro villaggio e di pastori in balia dei banditi. Clarinetto, lauhta e violino sostengono e accompagnano le voci.

“Ogni singolo maestro ha dato il suo contributo – racconta Ylli – si suonavano ballate che parlavano d’amore e di problemi quotidiani, di vita e di morte. E iniziavano sempre con una sorta di riproduzione musicale del pianto femminile. Per raccontare le cose belle e le cose brutte che accadevano alle comunità. Per questo è una tradizione locale; le influenze turche e greche, storicamente, ci possono essere nelle armonie, nelle melodie, non nelle storie, che sono locali e della zona di Pëirmet in particolare.”

L’avvento del regime di Enver Hoxha nel 1945 porta la saze a un altro livello. La musica si studia nelle scuole e nelle accademie. “Mi sono diplomato all’Accademia delle Arti di Tirana nel 1976. Da quel momento sono venuto a Përmet e ancora sono qui, a battesimi e compleanni, matrimoni e feste locali. Dopo la guerra, nella mia generazione, si aggiunsero altri strumenti, come il dajre, un tamburello, che fornisce ritmi  più complessi, e la mia amata fisarmonica.” Il regime sosteneva la musica folkloristica, perché priva – secondo l’ideologia dominante – di influenze occidentali e borghesi. Era popolare. E i confini blindati dell’Albania l’hanno per certi versi preservata da influenze moderne e però anche tenuta nascosta al grande pubblico.

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Il regime inviava i gruppi a suonare nelle cooperative e nei villaggi sperduti, così “pian piano, da solisti e virtuosi si è passati a gruppi, con elementi carismatici – spiega Ylli – come Mehdi Permeti (nome d’arte, come tanti, che prendevano dal paese di provenienza magari) o il mitico Laver Bariu.

I loro virtuosismi hanno innovato la tradizione, ma le storie restavano le nostre. Nei gruppi la presenza femminile era comune, soprattutto come cantanti, e si lavorava alle feste di tutte le confessioni religiose, anzi, anche nei gruppi c’erano persone di differenti religioni. Le cose hanno iniziato a cambiare con gli anni Novanta. E’ arrivata l’elettronica, portata nel paese dai tanti che sono emigrati.”

L’unico momento di malinconia del solare Ylli, oltre al ricordo del fratello compagno di musica mancato poco tempo fa, è legato ai suoi figli. “Hanno talento, ma non vivono più qui. Mia figlia è ad Amsterdam, mio figlio in Grecia. Continuo io, inserendo qualche novità nel repertorio per restare competitivi, ma i tempi sono cambiati, proprio adesso che il mondo si era accorto di noi. Forse siamo l’ultima generazione: è un peso e una responsabilità.”

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Tanti anni, la musica come colonna sonora della propria vita. Ma di tante ballate, ci sarà una preferita. “Sono tante, ma suonerò per voi una di quelle che amo di più”, dice Ylli, e senza farsi pregare, accompagnato dalla sua fisarmonica e cantando, racconta di rose che scelgono i sentieri più impervi per raggiungere l’amata, con la rugiada del mattino come compagnia, raccontando un mondo lontano che già conosceva le storie di ogni generazione.

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