Il battaglione Gramsci

Berat
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I partigiani d’Albania

A volte, all’improvviso, la Storia si abbatte sulle storie della gente senza avvisare. Lo scorrere degli eventi, l’equilibrio delle situazioni, in un momento, diventa un bivio.

Estate 1943, la Seconda Guerra mondiale infuria e incendia il mondo. L’Italia fascista è già a pezzi, travolta dalla sua propaganda: l’impero è un castello di carta, la moltitudine di baionette un esercito di terracotta. Respinti dalla Grecia, in Albania, dove si voleva essere padroni, i militari italiani son raggiunti dalla notizia: Mussolini è caduto.

I tedeschi sono pronti a tutto: collaborare con loro o diventare avversari? Tornare a casa? E come? Un bivio, all’improvviso. Molti di loro decidono che il vero nemico è il fascismo, il nazismo. Tanti fuggono, in molti casi protetti dalle famiglie albanesi. Altri prendono la via delle montagne. E rivedranno l’Italia, da vivi o da morti, solo a guerra finita.

Questa è la storia di una colonna. Una colonna che, al centro di una rotonda, segna un’epoca tra i ristoranti che preparano all’ascesa alla città vecchia di Berat. Una meraviglia, da gustare con calma. Prendendosi il tempo di restare tra la terra e il cielo. Una colonna che non è stata mai colpita dall’odio, dalla rimozione.

Posta da regime di Enver Hoxha, a guerra finita, per ringraziare i partigiani italiani che si unirono a quelli albanesi nella lotta ai nazi-fascisti. Simbolo della scelta dell’epoca di un pugno di uomini e della scelta di oggi, di milioni di albanesi, di conservare – tutto sommato – un amore grande per i vicini di casa. Un amore spesso mal corrisposto, ma comunque un legame profondo.

Attorno alla colonna sono scolpiti i nomi del Battaglione Gramsci, gli uomini che hanno scelto da che parte stare, a qualunque costo. Chi sono questi uomini?

Dopo l’estate del ’43 arriva l’autunno. Il governo Badoglio, in Italia, segna il cambio di schieramento militare dell’Italia, ma tanti militari italiani lo scoprono dalla radio. Molti di loro, come quelli della 41ª Divisione fanteria “Firenze” e quelli della 53ª Divisione fanteria “Arezzo”, presenti in Albania, non vollero arrendersi e consegnare le armi all’esercito nazista.

L’8 ottobre 1943, in prossimità del fiume Erzen, trascinati dal leggendario sergente del 127º Reggimento Fanteria “Firenze”, Terzilio Cardinali, Medaglia d’Oro al Valor Militare, si costituì con 170 soldati volontari il Battaglione Gramsci che si unì all’Esercito Albanese di Liberazione Nazionale.

Cardinali, un fornaio, veniva da un paesino dell’aretino, Terranuova Bracciolini. Uno dei tanti che la guerra non la voleva, a cui nessuno aveva chiesto un parere. Arruolato, spedito a morire per una patria inventata dagli interessi del fascismo, proprio lui che con i fascisti al suo paese ci aveva fatto a pugni più di una volta. Eppure, al bivio, Terzilio e gli altri scelgono. Di stare con i partigiani albanesi, di combattere il fascismo.

I primi duri scontri con i tedeschi decimarono il Battaglione Gramsci, ma i 40 sopravvissuti si rifugiarono nelle montagne e continuarono l’azione arruolando i soldati di due batterie del 41° artiglieria ed altri militari italiani e albanesi sbandati fino ad arrivare al 6 febbraio 1945 ad avere un organico di circa 2mila uomini. La formazione partigiana divenne una Brigata ed operò fino alla completa liberazione dell’Albania.

La brigata scelse il suo nome in onore di un grande anti-fascista, legato in qualche modo all’Albania, come mostra il nome della città albanese di Gramsh, dalla quale si dice provenisse la famiglia di Antonio Gramsci, in fuga nel ‘500 dall’avanzata dell’Impero Ottomano e rifugiata in Italia come tanti che andarono a costituire la comunità Arbëreshë, che ancora oggi conserva cultura e tradizioni. Per altri, invece, compreso lo stesso Antonio Gramsci, il padre di Gennaro Gramsci, trisnonno di Antonio, era giunto da Gramsh dopo i moti del 1821 e italianizzò il suo cognome in Gramsci.

Con tutti gli onori, il giorno della presa di Tirana da parte dei partigiani, la colonna italiana venne accolta con tutti gli onori il 17 novembre 1944. Terzilio non c’era. Terzilio è caduto l’8 luglio 1944, in combattimento. Morto per un’idea di libertà. Oggi una via di Roma porta il suo nome. Prima di godere delle meraviglie della città vecchia di Berat, sulla rotonda tra la terra della valle e il cielo che si ammira dalla fortezza, guardate per un attimo quella colonna. Perché parla di tutti noi.

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