Il bektashismo

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  • Identity

Nell’epoca dei nuovi muri, sempre più alti, letali e numerosi, ci sono storie che si raccontano in direzione ostinata e contraria. Nell’epoca delle identità posticce, che si raccontano come puri monoliti, sono le mille sfumature che raccontano invece delle identità meticce, delle comunità vere e non immaginate.

In questo senso la storia della fede, della cultura e delle tradizioni del Bektashismo è illuminante. Una tradizione che ha valicato frontiere e confini, attraversando epoche storiche e inciampi del corso del tempo, tramandandosi nella sua unicità.

L’Albania e il Bektashismo, in fondo, sono uniti da un legame profondo, che finisce per raccontare la storia di una comunità in un mondo che i confini li ha segnati e difesi sempre come se aspettasse l’ennesimo mutamento.

In Albania, in fuga dall’Impero Ottomano che li aveva banditi, i bektashi arrivarono nel 1826 e non sono più andati via. Arrivarono in una terra cristiana di tradizione, ma segnata dallo scisma del 1054, che divise ortodossi e cattolici, Segnata ancora dall’arrivo dell’Islam, al quale si convertì una parte della popolazione nel corso del 1500. Altri fuggirono, in Italia, portando con sé la loro lingua che è ancora viva in tante regioni italiane.

Il Bektashismo arrivò con le idee di Haji Bektash Veli, predicatore a cui deve il suo nome, a sua volta influenzato dalle predicazioni di Fadlullah, predicatore sufi persiano. Ed è proprio dal sufismo che origina, dalle congregazioni della preghiera e della contemplazione, diffuse in Anatolia, ma guardate sempre con sospetto – e persecuzioni – dai sunniti e dagli sciiti rigorosi.

Il sufismo è in equilibrio con sé stesso e con il mondo, spesso accusato di eresia per questo rivolgersi a Dio e all’Io interiore, nel proprio cammino di fede, più che all’ortodossia e al proselitismo. Quando arrivò in Albania, in fuga, il Bektashismo ha messo radici profonde e nulla, oggi, come in Albania ci parla di questa fede.

Le sue tekke, moschee aperte al prossimo, organizzate come comunità conventuali, che ospita le sue confraternite. I bektashi fanno propria la dottrina della Wahdat al-Wujud di Ibn Arabi, che mette al centro il dede, sorta di guida spirituale. Uno dei riti che caratterizza i bektashi rispetto agli altri islamici è il magfirat-i zunub, una sorta di ammissione dei peccati innanzi al proprio dede. I rituali bektashi non sono, del resto, dettagliatamente codificati e variano, pertanto, da regione a regione.

Un culto della libertà, in fondo, del rispetto per i dede del passato. Uno di questi, sepolto sulla cima del maestoso monte Tomorr, è Abaz Aliu, che morì nella battaglia di Karbala nel settimo secolo in un pellegrinaggio che credeva di portare salute e fortuna. Ogni anno, ad agosto, la tekke di Kulmak, in un parco dai grandi prati, ospita fino a 400mila pellegrini da tutta l’Albania, dalla diaspora e non solo.

Una grande festa di famiglia, a metà tra un pellegrinaggio religioso e una sagra di carne alla brace, tra accampamenti di fortuna e famiglie che dormono in auto e sacchi a pelo, in un turbinio di polvere sollevata e di capretti al macello. Cibo, musica, canti. La comunità si ritrova attorno ai suoi simboli, mentre il monte Tomorr resta a guardare, nella sua maestosità.

Anche i Bektashi subirono il pugno di ferro del regime di Enver Hoxha, che nel 1967 vietò la religione, ma resistettero anche a quello, alle terre confiscate e agli edifici di culto distrutti. La khanqa– edificio chiave del culto – di Tirana riaprì i battenti nel 1991. Ma la sua gente non si è perduta mai, convivendo con le altre confessioni, influenzandone l’approccio sereno e non conflittuale, che ha finito per dare uno stile a tutto il rapporto della popolazione albanese con il pluralismo religioso, pur rappresentando una minoranza.

Un’altra occasione di condividere con la comunità bektashi le sue tradizioni è il 22 marzo, la festa di  Sultan Nevruz, celebrata come l’arrivo della primavera e come il compleanno dell’Imam Ali, la cui effigie diventerà familiare per quelli che vorranno conoscere un’antica cultura, con legami con sufismo e aleviti in Siria e Turchia, con legami con lo sciismo, ma allo stesso tempo unica e profondamente connessa al territorio e all’identità albanese.

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