Il ponte di Perati

Përmet
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Il ponte, oggi, è poco più di un arto amputato, lanciato verso una sponda, dall’altra parte, che non riesce a raggiungere.

Eppure, quel ponte, nella memoria italiana, è ancora oggi un simbolo. E lo è anche della storia tra Italia e Albania, che torna e ritorna, senza finire mai, come se l’abbraccio adriatico fosse più forte di qualsiasi fortunale della storia.

La data scelta, in onore all’anniversario della marcia su Roma, fu il 28 ottobre 1940. Alle due di notte venne recapitato un ultimatum a Metaxas, l’uomo forte che comandava in Grecia, in poche ore le colonne italiane passarono il confine tra Albania (occupata dagli italiani nel 1939) e la Grecia. Attorno a Përmet, su quel ponte di Perati che dalla città albanese prende il nome, partì quell’operazione militare che sarebbe diventata una disfatta. Viva nel capolavoro di Mario Rigoni Stern, Quota Albania, raccontata con il piglio del reporter e la sensibilità dello scrittore.

Sul ponte di Perati è un canto alpino della Brigata “Julia”, che nel 1940 fu impegnata nella campagna di Grecia. Il testo e la melodia riprendono quelli di un noto canto alpino composto alla fine della Prima guerra mondiale, intitolato Il Ponte di Bassano; in entrambi i canti, l’immagine del ponte evoca un punto di non ritorno. Al fiume Brenta, della prima versione, si sostituisce l’impetuosa Vjosa, e alla fine, la stessa melodia diventerà la base di Pietà l’è morta, un noto canto partigiano.

In realtà quel ponte sorgeva proprio sul Sarandaporos, e divideva la sponda albanese da quella greca: la canzone alpina lo collega direttamente alla Vjosa, nel quale poco dopo il Sarandaporos confluisce. Ma restano, come nella canzone, i fantasmi di quella ‘meglio gioventù’ che muore a vent’anni.

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Ancora oggi, un pellegrinaggio degli alpini italiani rende omaggio ai caduti, sotto lo sguardo accogliente degli albanesi. Quello del rapporto delle persone di questa zona d’Albania con l’Italia e la memoria di quegli anni meriterebbe un discorso a parte. Come se l’occupazione fosse un rimosso, un non detto, un altrove.

E ancora oggi, a Përmet, a poche centinaia di metri da dove venne fondato il governo provvisorio dell’Albania liberata nel 1944, ci sono i ruderi dei vecchi acquartieramenti delle truppe italiane. Grossi edifici, poi divenuti magazzini e infine abbandonati, dove su una parete troneggia la scritta Credere, Obbedire, Combattere vergata con la M di Mussolini.

Nonostante l’occupazione, la storia ha rivolto ai nazisti il rancore a al regime emerso dalla lotta partigiana l’astio, come se l’Italia fasciste non avesse le sue drammatiche colpe. Quella scritta è là, a ricordarle a tutti.

Quello che incontrerete spesso, invece, son le storie dei soldati italiani, sbandati dopo il ’43. Alcuni di loro si unirono alla resistenza, altri vennero nascosti dalle famiglie albanesi, nonostante fossero stati occupanti fino a poco prima. E anche di queste storie, tante, bisogna tenere memoria.

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