Il Vjosa o la Vjosa

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Il Vjosa o la Vjosa, anche se un fiume è di solito declinato al maschile, non è imbrigliabile in un’unica definizione. Ne troverete tanti, di racconti, a cominciare dalla Voiussa dell’occupazione italiana, fino al nome Aoos, per i greci.

Quello che è certo è che si tratta dell’ultimo fiume selvaggio d’Europa. Scorre senza ostacoli, tra gole inaccessibili ed enormi banchi di ghiaia, lungo il suo corso di quasi 272 chilometri dalle montagne del Pindo fino al mare Adriatico.

Numeri, luoghi: nasce in Grecia, in Epiro, vicino al villaggio di Vouvoussa (l’antico nome Vjosa) e dopo 80 chilometri, dopo aver attraversato il confine fra i due stati, attraversa l’Albania meridionale e sfocia nel Canale di Otranto, 24 chilometri a nord di Valona.

La parte inferiore sinuosa si apre in una valle con estese zone umide, fornendo habitat per la riproduzione di pesci, uccelli migratori e altri. Infine, drena nel mare appena a nord della laguna di Narta, una delle più grandi ed ecologicamente più ricche lagune dell’Albania, designata come Riserva Naturale.

Lungo il suo corso, spinte dalle sue acque, si sono mosse colonne militari e esploratori, culture e lingue, merci e religioni. In un movimento culturale che, al contrario delle correnti, procede da sempre nei due sensi.

Bellissimi canyon, sezioni fluviali intrecciate, isolotti. In alcune zone il letto del fiume si estende per oltre 2 chilometri di larghezza. Tuttavia, ciò che rende questo fiume davvero eccezionale a livello internazionale è il fatto che quasi tutti i suoi affluenti sono a flusso libero e intatti e creano una rete fluviale viva e senza paragoni in Europa.

Eppure, come troppo spesso capita al genere umano, c’è chi si è messo in testa di domare il fiume. Di piegarlo ad esigenze di un modello di sviluppo che ormai ha mostrato tutte le sue contraddizioni.

Un progetto enorme incombe su questa storia di libertà: la costruzione di 45 centrali idroelettriche, 8 delle quali lungo il decorso principale e 37 lungo gli affluenti.

“Noi, organizzazioni ambientaliste nazionali e internazionali, le chiediamo, primo ministro Edi Rama, di sospendere immediatamente tutti i progetti in corso delle centrali idroelettriche lungo il fiume Vjosa, fino ad una valutazione dell’impatto ambientale e alla creazione di un piano integrato di gestione del bacino che tenga conto degli aspetti sociali.”

Questo è un estratto di quella lettera. Che chiede il coinvolgimento delle comunità locali, una seria valutazione di impatto ambientale, in una delle poche realtà europee che non sia stata travolta dall’intervento umano e dal cemento.

Esponenti della società civile e delle istituzioni internazionali si oppongono a questo progetto, rilanciando invece un’idea differente di sviluppo. Un turismo sostenibile, a impatto limitato, che protegga questo bene prezioso, facendone godere la popolazione locale in termini di lavoro e di salvaguardia ambientale.

Un esempio, in questo senso, sono i ragazzi di Vjosa Explorer. “Le attività si concentrano principalmente nell’alta valle del fiume Vjosa, che comprende i comuni di Përmet e Këlcyra. La regione offre una grande varietà di ricchezze naturali, storiche e culturali, tra cui il Parco Nazionale di Bredhi i Hotovës-Dangëlli e molte varietà di prodotti tradizionali e locali e di cucina”, spiega  Fiorent. E’ uno dei ragazzi che vi accoglierà, vi accompagnerà e si occuperà di voi.

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“Per noi, sul territorio, è un modo di tenere assieme l’amore per la nostra terra, per la natura e la possibilità di vivere e lavorare qui senza emigrare, come hanno dovuto fare in tanti. Un turismo che rispetta il territorio, che porta lavoro, e che ci permette di valorizzare e far conoscere la bellezza del Vjosa può rendere felici tutti.”

I ragazzi sono organizzatissimi: tour in jeep, rafting sul fiume, trekking, canyoning e arrampicata sulle gole del fiume, campeggio e visite a villaggi tradizionali, anche in bicicletta, per conoscere una cultura a tavola e nei racconti della sua gente. Che attorno al fiume ha sempre vissuto e che vuole continuare a farlo.

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