La casa dei sogni

Argirocastro
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È difficile immaginare cosa penserebbe oggi. È stato difficile immaginare, fino in fondo, cosa pensasse anche quando era al potere. Faceva parte della tela del ragno, quel non conoscere le possibili reazioni del leader, del Grande Padre, a una parola di troppo, a un commento. E una parola poteva costare caro.

Oggi, tra i ciottoli della città vecchia di Argirocastro, la casa natale di Enver Hoxha è annunciata da un ragazzo che vende ‘memorabilia’ del passato. Piccoli oggetti, simbolici, come la radio Iliria, o le composizioni di improbabili pesci come centro tavola e tanti altri che – nella scarsità di beni dell’Albania di Enver Hoxha – finivano per disegnare un universo quotidiano comune. Tutti, in casa, avevano le stesse cose.

Figlio di commercianti, era tutto sommato un privilegiato dell’Albania post Prima Guerra mondiale. La sua famiglia ha potuto mandarlo a studiare al liceo francese e non erano molto quelli che potevano farlo. Poi addirittura all’estero, in Francia, a Montpellier, all’università. Ma venne presto espulso: per la sua attività politica, dicevano le biografie ufficiali, per i suoi bagordi, dicevano i detrattori. Di sicuro capace di destreggiarsi e di cavarsela, al punto che negli anni ’30 è a Bruxelles, con un impiego presso il consolato albanese. Fu proprio la cultura francese e francofona a formarlo, avvicinandolo ai grandi pensatori comunisti francesi.

La casa è molto bella. Un camino scolpito, con forme morbide e sinuose, racconta di accoglienze ottomane e divanetti, di camminamenti per le donne, che potevano – al riparo – guardare il futuro sposo. Una metafora dell’Albania che Hoxha edificherà sulla delazione e sulla paura della delazione. Il miglior sistema del mondo capace di farti credere che nessuno poteva non essere osservato.

Il grande amore della vita di Hoxha, però, è Stalin. A lui dedica sé stesso, convinto che sia l’uomo nuovo per il futuro dell’umanità. E viene da sorridere oggi, tra gli arredi della sua casa natale – museo, immaginare la sua reazione a vedere oggetti della tradizione albanese, della cultura rurale, anche in ambiente urbano.

Hoxha ha sognato di fare dell’Albania contadina un paese di acciaio industriale, capace di resistere da solo, mentre l’Unione Sovietica prima e la Cina poi tramontavano nella sua visione teorica come guide. E i suoi mille libri, sparsi tra la bancarella all’ingresso e qualche oggetto all’interno, tentavano ogni giorno di adattare la realtà alla teoria.

Nel 1938 Hoxha spese un anno a Mosca, prima di tornare a guidare la lotta partigiana contro i nazi-fascisti. E alla fine, la leadership la deve alla Jugoslavia, che fino al ’48 era la guida degli albanesi comunisti, ma dopo la rottura con Stalin diventano i principali nemici del popolo.
Hoxha viene scelto dagli jugoslavi perché ritenuto più malleabile, Hoxha che di tecniche militari non sapeva nulla, ma poteva contare sul suo fido uomo ombra, Mehmet Shehu, veterano della guerra civile di Spagna e successore designato. Ma che si uccise prima. O venne ucciso. Nessuno lo sa con certezza, ma la lettura del grande romanzo di Ismail Kadaré, Il Successore appunto, è un bell’affresco di questo rapporto di amore – odio di Hoxha con Shehu.

Aggirarsi nella casa è come parlare con dei fantasmi. C’è un’Albania che oggi vuole raccontarsi con le sue tradizioni, ma musealizza la casa dell’uomo che le voleva stravolgere, per attirare quei turisti ai quali raccontare una storia senza le sue contraddizioni.

In fondo il regime di Hoxha non è mai finito. Il Grande Padre è morto prima della fine del suo regno del terrore. Ed è come se in quei corridoi ci fosse ancora – da qualche parte – l’idea di piegare la realtà a un’idea di società immaginaria, pensata per il bene degli esseri umani, ma che della sofferenza di questi si nutriva per sopravvivere.

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