La città di pietra

Argirocastro
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“Le vecchione erano vecchie prima che fosse vecchio il mondo e lui, che scriveva nel 1970 forse un poco le temeva. Loro avrebbero saputo leggere il destino dei disgraziati che partono sui gommoni per crepare in Adriatico o per tornare indietro con vergogna, ansia e foglio di via. Forse avrebbero saputo come fermarli. Ma erano gli anni settanta e per raccontare di Argirocastro bisognava travestirsi da realisti, un inchino al segretario e una storia di fantasmi in divisa che calpestano vecchie pietre a tempo di fanfara.”

Con queste parole cominciava una recensione che il grande Luca Rastello dedicò a La città di pietra, romanzo dello scrittore albanese Ismail Kadaré ambientato nei vicoli della natia Argirocastro.

Quei vicoli, quei ciottoli, quelle svolte improvvise e – a tratti – impervie, sembrano raccontare alcune delle trame delle opere di un grande del ‘900. Kadaré, oggi, nella casa natale, ha un museo dedicato a lui. Spoglio, essenziale, come le descrizioni di alcuni dei personaggi memorabili dei suoi libri.

A Tirana, lanciata verso il futuro di una memoria che si fa attrazione turistica, son stati messi all’opera da tempo architetti importanti per creare un’altra casa museo, nella casa della capitale dove Kadaré ha vissuto dagli anni ’70 agli anni ’90. Ma è nella casa di Argirocastro che è nato, nel 1936.

Comunista della prima ora, completò i suoi studi a Mosca, fino a quando la rottura del regime di Hoxha con i dirigenti post-Stalin non lo riportò velocemente a casa, prima come giornalista poi come membro – per dodici anni – dell’Assemblea del Popolo. Quando morì Hoxha, iniziò l’agonia del regime e Kadaré si spostò sempre più all’opposizione, fino a diventare esule in Francia poco prima della caduta rovinosa del regime.

Un passato complicato, che spesso – soprattutto negli attacchi feroci dell’intellettuale duro e pure Fatos Lubonja – gli è costato critiche di opportunismo. Essere fedele al regime prima, diventare dissidente quando il regime moriva, per rifarsi una verginità politica.

LETTERA DI ISMAIL KADARE’ A LE MONDE IL 26 APRILE 1986 RISPETTO ALLA MORTE DI ENVER HOXHA

Gentile direttore! Non posso non scrivervi questa lettera dopo aver letto nel giornale “Le Monde” gli articoli pubblicati gli ultimi giorni, nell’occasione della morte del leader albanese, Enver Hoxha.

Indubbiamente è un diritto dei vostri giornalisti avere un’opinione sull’ordine sociale di un paese, per le idee che questo difende e per la sua politica.

Ma è totalmente indegno offendere un popolo nei suoi momenti di lutto e dolore, come succede negli articoli del vostro giornale. Il popolo albanese ha con una storia lunga e difficile, per cui non capisce più bene ne perché si dispera ne come esprimere questa disperazione e per chi deve tenere questo lutto.

Il nome di Enver Hoxha è inesorabilmente connesso con le basi, con la storia e con la costruzione della nuova Albania.

È questo che definisce la grandezza della sua figura, e di conseguenza, quanto è grande la disperazione. Per me così come per i miei colleghi, fu davvero strano notare che il giornale “Le Monde” non facendosi bastare la disinformazione di questi scritti abusivi, ha ospitato persino le dichiarazione di un tale criminale come il figlio del ex-re Zogu, di questo ridicolo fantasma che cerca di far tornare in Albania il fronte monarchico, quello stesso fronte che la vostra Francia ha rovesciato due secoli fa, cosa di cui va veramente fiera.

Solo le malelingue possono augurare all’Albania un passo indietro della sua storia. Vi sarei riconoscente se potete pubblicare questa lettere, se ne avete la possibilità. Vi assicuro, signor direttore, la mia più alta considerazione nei vostri confronti.

La diatriba politica, però, non può cancellare il valore letterario di un autore maestoso. E invece, i suoi difensori, tengono a leggere le sue opere contemporanee al regime come un monumento alla critica che riusciva ad aggirare la censura.

Primo su tutti Il generale dell’armata morta, dal quale venne tratto un grande film con Marcello Mastroianni. Un generale e un prete italiano ricevono dal loro governo un compito assai delicato: riportare in patria i corpi dei soldati caduti in Albania durante l’ultimo conflitto mondiale. E in tanti hanno voluto leggerci una metafora dei sogni perduti della Resistenza albanese. O ancora nel Palazzo dei sogni, scritto nel 1981, riadattato nel 1995, che è una metafora dei totalitarismi e dei sistemi di polizia basati sulla paura.

La casa è una casa: non vuole rispondere a nessuna domanda, ma accogliere storie, personaggi, avventure e trame di tanti libri. Le foto di Kadaré in giro per il mondo, le copertine dei suoi libri, l’ambiente domestico degli studi giovanili, delle dinamiche familiari e delle visioni infantili che sarebbero diventate narrazioni adulte.

Perdetevi nei corridoi, portate con voi un libro di Kadaré, inseguite le parole dei suoi racconti per immergervi in un’Albania dalla storia complessa e affascinante, piena di contraddizioni, che proprio in Kadaré trova il suo – perfetto e contraddittorio – narratore.

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