La signora dei cimeli

Përmet
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Sono ovunque. In giardino, in particolare, ma anche in casa. E accatastati su scaffali, esposti su tavoli, impilati da qualche parte o sparsi per terra. Elmetti, granate, proiettili, armi, gavette, borracce, nastri di munizioni per mitragliatrici. E anche un pezzo di cannone.

La casa di Mirela Muka è bella, accogliente, illuminata dal sole. Il suo giardino è curato, con passione, con attenzione. Attorno le montagne, la natura travolgente di questo pezzo di Albania attorno a Përmet, nel villaggio di Peshtan della municipalità di Tepelene.

Una collezione di cimeli della Seconda Guerra mondiale – “speriamo presto possa diventare un museo riconosciuto, già tante autorità son passate a fare promesse”, racconta Mirela – è quasi fuori posto in un luogo così privato, intimo e familiare come una casa. Allo stesso tempo, però, è ormai una parte del paesaggio.

“La mia famiglia ha sofferto molto durante il regime: mio padre era un nazionalista della vecchia guardia, non comunista, e per tutta la sua esistenza dopo la guerra gli hanno reso la vita difficile. Anche la nostra vita è stata difficile”, racconta Mirela, sorseggiando il caffè che ha preparato per tutti, mentre guarda laconica le sue montagne. “Siamo andati via, in Italia, per un po’. Ma la nostalgia di questo posto, delle mie montagne, era troppo forte. E siamo tornati, sistemando questa casa e trasformandola in un’accogliente luogo per i turisti. I cimeli, poi, sono la mia passione. Fin da bambina, in tutte le stagioni, il mio mondo erano le montagne. E là, oggi come allora, è pieno di questi oggetti. Ho iniziato a raccoglierli, oggi sono diventati la collezione che coloro che passano a trovarci possono ammirare.”

Mentre Mirela racconta, poco più in là nel giardino, due persone si riposano. Sono due italiani, uno di loro, Michele, è il figlio di un ufficiale che su quelle montagne ci ha combattuto.

“Nessun reducismo, anzi. Solo una storia familiare. Con un mio amico ci eravamo ripromessi di venire qui un giorno, nella terra di tanti racconti di mio padre, che fino alla sua morte non è mai riuscito a tornare e mai ha smesso di parlarne.”

Su le cime attorno, in particolare su quella del Monte Golico, come lo chiamavano le truppe d’occupazione italiane, Mali i Golikut in albanese, si combattè con ferocia. “Dal numero dei cani che salivano, nei giorni successivi, ci rendemmo conto di quanti cadaveri ci fossero”, ricordano i locali nei racconti dei loro anziani.

Monti brulli, sassosi, con bassi cespugli che offrono scarso riparo. Un sentiero ripido, faticoso, anche d’estate: basta poco a immaginare l’inverno del 1940-’41, piovoso e nevoso, come raccontato da Rigoni Stern. Diventò nella memoria dei sopravvissuti il “Golgota degli alpini”.
Oggi un cippo italiano, uno greco e uno posto dal regime comunista son quel che resta, assieme agli scavi di qualche trincea ancora riconoscibile e – qui e là – le migliaia di cimeli che Mirela raccoglie e tiene con sé.

“È importante la memoria, a volte penso alla storia del possessore di un oggetto. Questo è un luogo importante per gli italiani e per i greci, qui possono trovare una guida, un letto per dormire, un pasto caldo e una buona grappa. E quello che spero diventi un museo”, racconta Mirela.

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