Le segrete della fortezza

Argirocastro
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Scritte, incise, come cicatrici. C’è chi disegna, una moschea, una casa, che immagini la sua. C’è chi scrive un nome, magari l’amata, oppure chissà, il nome del delatore che ti ha portato in carcere.

Perché se esistesse una storia delle carceri, probabilmente, si riuscirebbe a rendere evidente come il potere a volte cambia tutto per non cambiare niente.

Le segrete della fortezza di Argirocastro, ad esempio, raccontano di come l’Albania contemporanea – caso non unico, certo, ma particolare – sia stata una storia di detenzioni.

Aggirandovi tra i corridoi della suggestiva sezione delle celle, dopo aver visitato il bel museo dei piani superiori, in un castello magnifico, non potrete non perdervi nei corridoi della storia.

Il castello di Argirocastro domina la città: dalla sommità della collina che domina il centro storico, come dopo essersi affacciati a un balcone, potrete ammirare le forme dell’eterno presente della ‘città di pietra’. Ma è girando su voi stessi, verso l’interno, che troverete la storia di questo paese ad aspettarvi.

Il museo delle Armi è un cammino nei mille passati di questa terra. Dalla lotta partigiana contro le forze nazi-fasciste durante la Seconda Guerra mondiale a un aereo Usa simbolo della lotta all’imperialismo capitalista durante la Guerra Fredda, ma la sua stessa storia racconta della dominazione ottomana, dell’indipendenza e di tutto il resto. E c’è anche un po’ d’Italia, sia nei pezzi d’artiglieria abbandonati dalle forze armate durante la ritirata, sia nel pozzo d’acqua costruito dalla Fiat proprio nella galleria dell’esposizione. L’aereo è un vecchio T33 dell’aeronautica Usa, costretto ad atterrare all’aeroporto di Rinas, nei pressi di Tirana, nel dicembre del 1957 a causa di problemi tecnici.

Il castello fu ampliato durante il XIX e il XX secolo da Alì Pascià da Tepelene, figura mitica di satrapo ottomano che tentò di farsi re, rimettendoci la testa, fino alla monarchia costruita a tavolino di re Zog. Cinque torri, una torre dell’orologio, una chiesa, fontane d’acqua, scuderie e un carcere, appunto. L’area settentrionale del castello fu trasformata in una prigione proprio da re Zog, che ci rinchiudeva gli oppositori invisi a lui e all’invasore italiano, ma dopo la guerra, nel ’45, ospitò prigionieri politici durante il regime comunista.

Le stesse mura racchiusero – in epoche differenti – le persone che dicevano no. E’ come, in fondo, un monumento agli oppositori di tutti i tempi, un santuario del dissenso, profanato da coloro che da prigionieri si fecero carcerieri.

E nelle scritte sui muri delle celle, visitabili e tenute bene, senza interventi da musealizzazione per turisiti, si sovrappongono storie e disillusioni, sogni e incubi, periodi storici e storie personali. Accumunate dalla volontà di dire ‘no’.

Negli anni ’70, durante il regime di Enver Hoxha, il castello era già un museo. Si celebrava la lotta antifascista, esponendo le armi dei nemici, ma nelle sue segrete, magari, c’era anche qualcuno di quei partigiani – poi caduti politicamente in disgrazia – che in un’altra parte del castello si celebravano. Anche il carcere stesso, in quegli anni, aveva una parte visitabile: quella dove si raccontava la detenzione dei prigionieri politici durante il regno di Zog. E, poco più in là, altri detenuti politici aspettavano un nuovo cambiamento.

Non è mai stata detenuta qui, ma un simbolo di tanti prigionieri politici dell’era del regime è Musine Kokalari, che ad Argirocastro è legata dalla sua infanzia e per aver dedicato alla ‘città di pietra’ tante pagine dei suoi scritti, spesso nel dialetto locale.

Musine, giovane e talentuosa, nata in Turchia da una famiglia albanese della città, attiva politicamente. Tornata in Albania quando aveva solo tre anni, Musine scrive pagine e pagine dedicate alla vita quotidiana delle donne di Argirocastro, alla società, ai costumi. Dopo studi in Italia, come tanti intellettuali albanesi della sua generazione, tornò in patria e visse la Seconda Guerra mondiale, che le portò via due fratelli, giustiziati dai comunisti durante il conflitto.

Musine, associata nel ’44 a un partito d’opposizione, passò gran parte della sua vita in carcere prima e in campo di lavori forzati dopo. Non le venne mai permesso di riprendere a scrivere.

Sulle pareti di quelle celle troverete le storie e le parole mai dette dei prigionieri politici di tante epoche differenti, una galleria di parole perdute, ma di idee mai morte.

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