Leusa, una chiesa nel bosco

Përmet
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Padre Ilia sembra essere, allo stesso tempo, sempre in movimento e sempre fermo. Lungo il corso principale di Përmet, al tavolino di un bar, davanti a un buon caffè, o mentre chiacchiera con qualcuno, la sua barba sale e pepe e il suo abito nero, con un paio di penne nel taschino, sono un’immagine ricorrente.

Allo stesso tempo, però, è inafferrabile. Un matrimonio da celebrare di qua, un battesimo di là. Sono sei i villaggi, oltre alla stessa Përmet, dei quali padre Ilia è la guida spirituale. Erede di una tradizione millenaria da queste parti come la religione e la cultura ortodossa.

“Quella di Përmet è una delle regioni di più antica presenza della cultura ortodossa in Albania. Le tante chiese dei villaggi lo testimoniano. Alcuni ne avevano fino a nove.” L’ortodossia, in Albania, secondo la tradizione, arriva con la predicazione di Paolo di Tarso, che nel I secolo già racconta di aver attraversato la provincia Illyricum dell’Impero Romano, passando – secondo la leggenda – anche da Durazzo. Oggi la Chiesa Ortodossa Albanese è autocefala, dopo essere dipesa nel tempo da Costantinopoli prima e da Ohrid (in Macedonia) dopo.

“Dall’attuale confine con la Grecia fino al fiume, qui, è storicamente un territorio ortodosso”, spiega padre Ilia. “Uno scambio continuo, di fede e di cultura. Le famiglie abbienti del tempo, ma anche le comunità di contadini, sostenevano la costruzione di luoghi di culto, che sono così radicati in questa terra, come profonde radici, da essere sopravvissute all’arrivo dell’Impero Ottomano, ai conflitti mondiali, al regime comunista. Siamo qui da sempre, ci saremo per sempre. Così come il legame della nostra terra con la Grecia è fortissimo, alimentato ancora oggi dall’emigrazione di tanti albanesi che vanno a lavorare là. In fondo è lo stesso percorso del tempo, quando chi veniva qui dalla Grecia – e i confini non esistevano – portava l’elemento bizantino della costruzione delle chiese.”

Una di queste è un gioiello assoluto. È quella del villaggio di Leusa, la chiesa Kisha e Shen Merise, dedicata a Santa Maria Dormiente. “È sopravvissuta al 1944, quando i nazisti hanno incendiato il villaggio. È così bella perché, prima della Seconda guerra mondiale, il villaggio era molto ricco, con più di 200 famiglie, tutte ortodosse. Dopo la popolazione è cambiata, fino alle 20 famiglie attuali, quattro delle quali sono musulmane.”

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E padre Ilia ha ragione. L’ascesa – possibile anche a piedi, circa un chilometro e mezzo, come spesso tocca a padre Ilia, che non ne sembra disdegnare un passaggio di auto però – da Përmet vale la pena. La strada diventa sentiero. Una donna a cavalcioni su un mulo torna dai campi e saluta padre Ilia. La chiesa la si vede già dai tornanti della strada, come un occhio aperto nella fitta vegetazione. Da vicino è ancora più maestosa, raggiungibile con un ultimo tratto a piedi, tra le lapidi di un piccolo cimitero. L’unico rumore di sottofondo è quello dei corsi d’acqua della zona.

Divisa in tre navate, l’ingresso sembra morbido, come tagliato da una mano delicata. Lungo il muretto che regge le colonne esterne del portico, due residenti son venuti a salutare. Aiutano padre Ilia nel tenere pulito e in ordine. E anche nel proteggere la chiesa, che ha gli affreschi esterni rovinati da qualche scritta che non ne rovina la maestosità. Ma se fuori i dipinti son come bianchi, per il sole e per le intemperie, appena varcata la soglia i colori esplodono in un blu globale.
Le navate laterali sono coperte da un cappuccio sferico, mentre la navata centrale è a botte a volta. Cupole a forma di tamburo si innalzano sopra finestre alte e strette. Un nartece a due piani e un altare completano la struttura. “Agli inizi del culto”, spiega padre Ilia, “le donne pregavano in zone separate dagli uomini. L’edificio principale è del XVIII secolo, gli affreschi del 1800.”

L’intero edificio è costruito in pietra e ricoperto da una pietra rasa. La chiesa è ricca e comprende affreschi e iconostasi scolpiti in legno di noce. Scene e composizioni in legno sono tratte dalla Bibbia. “Vennero fatti venire tre grandi maestri dalla Grecia, lavorarono duro. Tutta la comunità partecipò, economicamente e lavorativamente. All’inizio anche la liturgia era in greco, poi lentamente si è passati all’albanese, man mano che venivano formati religiosi locali. Queste sono oggi ed erano allora chiese di comunità. Qui passava tutto, dalle famiglie che chiedevano una mano per la dote delle figlie ai registri della vita del villaggio: nati, morti, matrimoni. Molti di quei registri andarono perduti durante il comunismo.”

Nel 1967, dopo la rottura con l’Urss avvenuta in seguito alla morte di Stalin, che per il dittatore albanese Enver Hoxha restava la guida da seguire, l’Albania si avvicina progressivamente alla Cina. Quando scoppia la rivoluzione culturale cinese, Hoxha ne segue le orme e i culti religiosi diventano un reato. “Molte chiese diventarono magazzini o case del popolo, per eventi culturali. Per fortuna Leusa venne risparmiata, anche se pure qui portarono via arredi e icone, registri e abiti sacri. Ma ha resistito. Come hanno resistito le altre confessioni. Qui in Albania tanti parlano della convivenza pacifica tra le fedi, hanno ragione. Eravamo abituati alla convivenza prima, tanti matrimoni misti, ma in particolare la persecuzione che è durata fino al 1990 ci ha unito ancora di più. Tutti abbiamo avuto edifici sacri distrutti, religiosi perseguitati. Quell’esperienza ci ha aiutato a stare uniti e – in privato – ciascuno di noi faceva quello che poteva per non perdere la propria identità. Anche la mia famiglia ha fatto così. Finalmente, nel 1990, siamo tornati alla luce del sole dopo decenni di messe segrete e raduni in famiglia. Ho fatto parte del primo gruppo di sessanta fedeli che nel 1992, a Durazzo, ha iniziato il primo corso nella scuola di formazione per religiosi. Oggi sono ancora qui, in questa terra, dove mi sono sposato e dove ho visto nascere le mie figlie, che sono andate a Tirana, come tanti”.

L’emigrazione come forza e come debolezza. “Il turismo può fare tanto per evitare lo spopolamento delle aree interne. E se la chiesa di Leusa aiuta questo processo, di un turismo curioso della nostra storia e delle nostre radici, ben venga. Ci vuole una forte comunità, ma ci vogliono anche istituzioni forti. E quelle ancora mancano in Albania.”

Le ragioni di padre Ilia vanno equilibrate con la situazione politica generale della comunità ortodossa e dei rapporti con la Grecia. Da una parte, le autorità albanesi mal sopportano le ingerenze di Atene nei rapporti con una autorità religiosa che è albanese, dall’altra restano ancora molte le questioni da dirimere sulle vecchie proprietà che il regime albanese espropriò.

Proprio padre Ilia, a Përmet, è stato protagonista di una querelle – ancora in corso – sulla casa della cultura locale che, prima, era una chiesa ortodossa. A chi appartiene? Alla municipalità di Përmet, o ai religiosi. Padre Ilia, nel dubbio, ha iniziato a celebrarci messa fino a quando son stati posti i sigilli.

Al di là delle schermaglie politiche e storiche (celebri le contese per il recupero delle salme dei militari e dei partigiani greci caduti qui durante la Seconda Guerra mondiale, che hanno ispirato anche un film divertente come Balkan Bazar, di Edmond Budina) la cultura ortodossa e l’elemento greco sono parte integrante del territorio di confine: un osmosi che nessun confine potrà mai rescindere.

La chiesa di Leusa, imperterrita, aspetta tra i suoi alberi. Sono passati imperi e regimi, ma la sua maestosità ha retto al tempo e allo spazio. E lo farà ancora.

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