Una polifonia della vita

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Si parte, piano. Una voce prima, poi ne arriva un’altra. Si forma un cerchio, stretto, poi si allarga.
Il movimento è come il respiro di un organismo, di persone e di voci. La polifonia, in fondo, è la colonna sonora del popolo albanese.

Il concetto della canzone popolare, polifonico, è enorme. Si differenzia per zone, per tipologie. Quello che tiene tutto assieme è l’anima. “Questo genere di espressione musicale è nata dai problemi della vita quotidiana, nelle zone di montagna”, racconta Ilir, una montagna d’uomo, in abiti tradizionali, con tutto il suo gruppo di polifonia che gli fa da coro alle spalle. Mentre armeggia con la sua pipa, non smette di raccontare con entusiasmo una storia affascinante.

“Il popolo albanese nasce nel suo rapporto con la montagna: un rapporto quotidiano, duro, vivo.
C’è una memoria familiare, una serie di ricordi che tiene tutti uniti, tra le generazioni. Ed è impossibile fissare una nascita di questa tradizione”, racconta Ilir. “Tutto sarà cominciato quando un pastore avrà urlato la sua fatica e la montagna avrà risposto, avrà rimbalzato quella voce. E si sarà sentito meno solo, quel pastore. E così altri come lui. Pian piano si sono cominciati a creare dei gruppi, ma l’idea di fondo è sempre la stessa: raccontare gli affanni, le gioie, le paure della vita.

E le storie. Ecco, la nostra Iliade, la nostra Odissea. I nostri Omero, che non hanno scritto nulla, sono persone semplici che con la natura interagivano cantando. In montagna la vita si perde e si prende: il verde tutto l’anno, gli uccelli, i rumori, l’acqua, si mischiava con la voce delle persone. I fulmini, le piogge. La roccia ti restituiva la voce, la trasformava, in una seconda voce. Come un rimbalzo, un eco, un ritorno differente. Quello che si sentiva, si provava, si cantava assieme. Uno iniziava, gli altri accompagnavano. Se uno inizia, guida, comanda, lancia un messaggio, un tema, una storia. Gli altri rinforzano, confermano, come un gruppo di amici. Che parlano assieme. E non si scriveva, non si registrava nulla. Gli avvenimenti erano  quelli di tutti i giorni: la tosatura, la semina, i funerali, i matrimoni. Si può arrivare fino a 25 persone, anche con le donne, che cantano divinamente.”

Il canto iso-polifonico è entrato nella lista dei Capolavori del Patrimonio Orale e Intangibile dell’Umanità il 25 novembre del 2005. Ed è facilmente comprensibile: una forma musicale unica nel suo genere per la multi-tradizione vocale che possiede. Quando si parla della musica tradizionale vocale albanese e del suo contesto, si deve specificare che mentre nel nord e nel centro del paese, questo particolare linguaggio dei suoni lo si trova principalmente con una sola voce e si chiama “homofonica”, nella parte meridionale appare generalmente con più voci e viene chiamata “polifonica”. Il termine “iso” si riferisce al ronzio che accompagna il canto polifonico e che si presenta come una risonanza finemente decorata, è effettuato in due modi: il primo è continuo e viene cantato sulla sillaba ‘e’, usando la respirazione disposta a scaglioni; il secondo ronzio è a volte cantato come un tono ritmico.

Prende il nome dal termine dell’estensione geografica con la quale si chiama la parte sud-occidentale dell’Albania e include le regioni di Vlora, Tepelena, Gjirokastra, Saranda e il distretto di Mallakastra a Fier.

“La polifonia durante il regime era trattata bene, anche perché le gesta cantate erano di propaganda, la tradizione di cantare alle feste nazionali come a quelle provate è rimasta, ma è molto minacciata dalla modernità, speriamo non vada mai perduta”, concluce laconico Ilir.

Le principali attività artistiche del folk albanese sono il Festival Nazionale del Folklore che si tiene ogni cinque anni e i suoi inizi risalgono nel 1952 nelle città di Lezha e Tirana per spostarsi poi nelle due città museo di architettura medievale, Gjirokastër e Berat; il  Festival Nazionale della Canzone Popolare Cittadina che si svolge a Elbasan; l’incontro degli Rapsod di Lahuta nella città di Lezha; l’incontro delle Orchestre nella città di Korça; l’incontro dei Gruppi Polifonici nelle città di Vlora e Gjirokastër.

Tra le più tipiche testimonianze del genere storico sono le canzoni di “Skënderbeu trim me fletë” o “Gjorg Golemiù”, che sono nella tradizione da sempre. Sono numerose le testimonianze e gli studi dei vari scrittori e studiosi che riguardano l’Iso-polifonia albanese, tra tutti George Gordon Byron (1788-1824) nella sua opera “Child Harold’s Pilgrimage”

Ecco perché l’Iso-polifonia è stata cantata dagli albanesi in qualsiasi luogo, sia in occasioni di gioia che di disgrazia, nei matrimoni e nei lamenti funebri, prima e dopo le battaglie, dentro casa e fuori in natura aperta, animando i giorni di routine e durante le festività. Al posto degli strumenti è la voce dell’essere umano l’espressione chiara dell’anima trasmutata in arte.

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